da “Repubblica” — 21 maggio 2009, pag. 13 sezione NAPOLI
È possibile ricostruire uno straordinario percorso filosofico iscrivendolo nel tracciato della storia in un momento di vistosi cambiamenti? È questa la prospettiva d’ indagine che ha guidato Maria Grazia de Ruggiero nel suo importante saggio su “La Napoli gentile di Giambattista Vico”, in cui sistematicamente la strutturazione del pensiero di Vico è stata ricondotta alla sua vita, trascorsa a Napoli tra il 1668 e il 1744, e alle contemporanee descrizioni della città riportate nelle pagine di storici e cronisti come Celano, Confuorto, Fuidoro. Un’ analoga procedura interpretativa era già stata sperimentata dallo stesso Vico nella sua “Vita”, in cui i ricordi dell’ infanzia e dell’ adolescenza si sovrapponevano alle sequenze della maturazione filosofica, terminata in un grandioso, universale sistema, in cui la forza ciclica della storia si esercitava su un’ angosciata umanità, riscattata unicamente dalla funzione consolatoria e millenaria della poesia e dell’ immaginazione. Fulvio Tessitore, nell’ introduzione al volume, sostiene che sicuramente la vicenda di Vico può risultare “un osservatorio privilegiato per descrivere la città”. Infatti, nonostante gli antichi, sedimentati problemi, Napoli si presentava inclinata verso la modernità raziocinante dell’ Illuminismo nascente, come una città cosmopolita, di portata europea. In un’ orazione celebrativa del 1696, Vico così la descriveva: “Né scarse né comuni, lo dico senza tema di esagerare, sono e sono ritenute le bellezze che fanno famosa e nobile la nostra Napoli, tra tutte le città del mondo”. Con quest’ immagine letteraria di luogo “gentile” per il clima favorevole, la bellezza naturale, ma anche per l’ intelligenza dei cittadini, dediti all’ arte, alla scienza, Vico assolveva pienamente al suo ruolo di professore di retorica. Ma la realtà di Napoli riportata nei documenti raccolti nelle cronache del tempo è molto diversa, già a partire dalla questione della decantata mitezza meteorologica. Secondo Fuidoro e Confuorto, bruschi mutamenti del tempo sconvolgevano la città, flagellata da improvvise e fitte piogge, cui seguivano allagamenti e smottamenti di terreno, le cosiddette “lave”, fiumane che scorrevano veloci dalle colline, creando dei valloni profondi intorno alle attuali via Toledo e piazza Municipio. E una simile fenomenologia della natura non poteva non condizionare una parte importante della riflessione del filosofo, inducendolo a soffermarsi su come la violenza degli elementi suscitasse smarrimento nei più semplici, che ne tentavano confuse spiegazioni. Nella “Scienza Nuova” veniva configurata l’ immagine vigorosa di un’ umanità primitiva che, punita da un cielo improvvisamente ostile, cercava di decifrarne le oscure leggi, assimilando la natura ad “un vasto corpo animato che senta passioni ed affetti”. L’ architettura del pensiero di Vico fu sicuramente segnata anche dalla sua modesta origine di sesto figlio di un piccolo libraio. Negli anni in cui Giambattista era bambino, secondo le pagine del Fuidoro, nel regno di Napoli si susseguirono terribili carestie di grano, fino al precipitare della situazione nella primavera del 1672, quando intere famiglie, soprattutto quelle degli artigiani “decaduti dalla loro arte”, attraversavano la città per chiedere l’ elemosina o “per saziar lor fame con la vista almeno del pane”. La conoscenza di simili sofferenze e ingiustizie sarà storicizzata nella “Scienza Nuova”. In grandi ristrettezze Vico trascorse anche l’ adolescenza, nella buia casa-bottega al numero 31 di via San Biagio dei Librai, essendo - osservava Confuorto - “d’ assai meschina fortuna” l’ attività dell’ associazione dei librai e dei rilegatori. Ai pochi affari si sopperiva con un forte spirito di corporazione, con un condiviso sentimento di solidarietà, con il culto della dignità. Su un simile corollario di valori, Vico edificherà il “Diritto Universale”, risolvendo gli affanni, le sofferenze, le frustrazioni sociali nei principi di una visionaria intuizione egalitaria. Così, spettatore interno della complessità della sua Napoli, il filosofo procedeva prima “sentendo” la realtà senza comprenderla totalmente, per poi “avvertirla” con “animo perturbato e commosso” e approdare a una riflessione risolutiva, razionale. Per questo, sottolinea Tessitore, la storia di Napoli, che è possibile leggere nei suoi scritti, è attraversata da una rara sapienza del divenire, cui è sotteso l’ esercizio della “pietà” per un’ umanità incertae smarrita. - APOLLONIA STRIANO
Pubblicato in data 27.05.2009
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